
Tra la penisola e il mondo. Le migrazioni nella storia dell'Italia unita
giovedì 10 giugno, ore 17
Bibliomediateca - Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Auditorium Parco della Musica
Viale Pietro de Coubertin
Roma
info 065806646
Le migrazioni, come fenomeno demografico, non costituiscono certo, sull'aprirsi dell'Ottocento, una novità nella storia della penisola. Spostamenti individuali e di gruppo si registrano infatti da secoli specie lungo tutto l'arco alpino e in molte zone della montagna appenninica, ma è solo con l'avvento degli esodi transoceanici di massa dall'Europa che gradatamente, dopo la fine delle guerre napoleoniche, l'emigrazione, inserendosi nel loro quadro, assume anche in Italia proporzioni rilevanti sino a diventare, ben prima del 1861, una costante nel panorama economico e sociale di un paese ancora alla ricerca della propria unità politica. I movimenti migratori diretti all'estero più e meno lontano si svolgono nondimeno, tra il 1820 e il 1860, in piena concomitanza e talora anche in discreta "sintonia" con il processo risorgimentale in atto. L'esilio dei patrioti liberali e dei proscritti mazziniani, per quanto numericamente circoscritto, finisce infatti per confondersi non di rado, nell'esperienza quotidiana dei suoi protagonisti, con l'emigrazione da lavoro propriamente detta. Secondo alcuni, addirittura, è nel mondo dei profughi che precocemente si delinea, sia in Europa e sia nelle Americhe, un importante embrione della iniziativa nazionalista a ridosso di piccole comunità etniche già conformate e complessivamente composte, al momento della nascita del Regno, da più di centomila persone spinte lontano da casa da ragioni soprattutto economiche. Queste avanguardie di uomini (essendo ancora scarse le presenze femminili), partiti come sudditi di questo o quello Stato preunitario (piemontesi in Francia, liguri al Plata, veneti e friulani nelle regioni tedescofone dell'Impero, siciliani in Tunisia ecc.), ma inizialmente inconsapevoli di essere italiani, acquistano col tempo un comune senso di appartenenza nazionale, generato e rinvigorito via via proprio dalla loro condizione di espatriati. Il tasso di patriottismo fra gli emigrati s'innalza, infatti, tra l'unità e la vigilia della Grande Guerra, in modo esponenziale e abbastanza inatteso talvolta persino anche in seno alle comunità etniche di origine rurale, e rimaste più isolate all'estero, senza peraltro estinguere (al massimo semmai attenuandole) le divisioni e le diverse vedute politiche di ciascuno (ad es. quelle dei monarchici e dei repubblicani o, più tardi, quelle degli anarchici e dei socialisti). Lo sviluppo e l'ingigantirsi dei flussi, non solo in quanto effetto di cruda espulsione negli anni della grande crisi agraria, procede comunque di pari passo con la costruzione in Italia dello Stato unitario e gli offre un supporto esterno di solito dimenticato o trascurato dagli storici poco interessati a rintracciare nell'incedere del nation building italiano un ruolo e una funzione eventualmente svolti dagli emigranti. Ma già nella massa di circa dodici milioni di persone che le statistiche ufficiali segnalano in uscita dal paese sino al 1913, l'anno di massima intensità emigratoria del periodo liberale con circa 800 mila unità, basterebbe pensare a coloro, più del 54% , che prima o poi rimpatriano spesso portando con sé i sensi di una mentalità patriottica acquisita o maturata appunto "al di là dei confini". Sul finire del secolo XIX, inoltre, e con forza crescente nel corso dell'età giolittiana, l'elaborazione da parte di alcune élites intellettuali di ardite teorie imperialiste, imperniate sull'espansionismo demografico, stimola (e deforma in chiave politicamente nazionalista) le visioni coltivate da un parte delle stesse classi dirigenti liberali a proposito dell'emigrazione popolare. Dalle sue file, allo scoppio della guerra europea e per quasi tutta la sua durata, escono, ad ogni modo, gli oltre 300 mila riservisti " (per metà provenienti da oltreoceano e in molti casi già figli o nipoti di antichi emigranti) che si arruolano "volontariamente" per venire a combattere in Italia: certo una minoranza rispetto alla massa quattro volte più grande dei "renitenti" che non rispondono alla chiamata alle armi, ma una minoranza non esigua o solo simbolicamente significativa. Il fascismo, in un momento storico segnato dalla provvisoria (e parziale) chiusura , tolto quello francese, di tutti gli sbocchi emigratori, cercherà con i suoi "Fasci all'estero" di appropriarsi anche di questo indubbio patrimonio di "italianità" consegnando all'Italia democratica e repubblicana, nella vorticosa ripresa postbellica delle correnti di espatrio, una eredità controversa in cui si possono scorgere, assieme ai problemi esistenziali e di lavoro di tante persone, gli effetti sulla società italiana dell'emigrazione e i suoi nuovi caratteri: tanto quelli noti e meglio studiati (le rimesse monetarie, lo sfoltimento demografico, la modernizzazione ma anche il mantenimento di mentalità arcaiche, il conservatorismo sociale ecc.) quanto quelli fraintesi o spesso equivocati (la sindacalizzazione, l'adesione ai partiti della sinistra di classe, ma anche i collegamenti con la Chiesa e con il mondo clericale, il filofascismo confuso con lo spirito patriottico ecc. ) a causa, parrebbe, della ostinata sottovalutazione, da parte di nuovo degli storici, della dimensione politica "nascosta" del fenomeno emigratorio e delle sue conseguenze sulla compagine nazionale che, in patria e all'estero, furono invece molte, complesse e meritevoli, soprattutto oggi, di essere riesaminate e tenute in grande considerazione.